Vita da fotosub

Il sogno nel cassetto della maggior parte degli appassionati di fotosub – e di fotografia in generale – è di poterne fare una professione, di poterci vivere con questa passione.

Io sono sempre stato dell’avviso che ogni cosa nella quale mettiamo una forte motivazione, impegno e grande sacrificio, non potrà che essere un’attività di successo.

Spesso mi sono trovato a dubitare della mia stessa convinzione, di fronte a una realtà moto più amara rispetto alle aspettative. Ma non ho mai mollato, ho sempre seguito la strada dell’istinto, della mia natura. Difficile cambiare percorso quando il tuo spirito ti indica la direzione. Sarebbe come voler cambiare il proprio DNA, andando semplicemente contro la propria natura.

Se fino a qualche anno fa era tutto più semplice, apparentemente, oggi purtroppo – e non è colpa della crisi economica – il settore della fotografia subacquea professionale si ritrova in un burrone nel quale è scivolato consapevolmente.

Cattivi maestri

Certamente una bella spinta nella direzione sbagliata si deve attribuire al gran numero di fotosub amatoriali che, pur di veder pubblicate le loro foto, sono disposti a regalare il ricordo delle loro vacanze subacquee; dalla parte degli editori ha preso però piede con forza la consuetudine di sfruttare la situazione e farne un vero business.

Moralmente condannabile il comportamento dei primi, che ha portato la professione verso un’impoverimento economico devastante, dal punto di vista umano è assolutamente comprensibile: chi non vorrebbe uscire con le proprie foto sulla rivista di settore preferita? Chi non vorrebbe mostrare agli amici la propria bravura, certificata dalle pagine patinate di un mensile? Ovviamente nessuno.

Sull’altro versante invece la responsabilità è ben più grave, addirittura senz’appello o giustificazione alcuna.

Il mondo degli editori ha messo tutti e tutto sullo stesso vagone, spinto su un binario morto.

Certo, la legge della domanda e dell’offerta ha fatto il suo, offrendo ai primi e ai secondi l’opportunità di intraprendere questa strada senza ritorno, senza pensare alle conseguenze professionali – e personali – di moltissimi seri fotografi professionisti che si sono visti messi alla porta dal frutto dei tanti doppiolavoristi specializzati.

Inutile infervorarsi in dibattiti sterili, utili solo ad accrescere un astio verso chi la passione per la fotografia subacquea ce l’ha davvero – così come pure un sicuro primo stipendio. Le cose stanno così.

E’ la ristretta casta di chi siede dall’altra parte del tavolo che non è degna di scuse.

L’avvento di attrezzature fotosub ormai accessibili a tutti, con una qualità più che buona anche all’interno di budget contenuti, ha dato a molti la possibilità di tentare la strada del professionismo. E se c’è qualcuno disposto a pubblicarti – anche gratuitamente, ma questo poco importa – ti senti davvero entrato nell’olimpo dei fotosub certificati.

Molte riviste di subacquea hanno chiuso i battenti a causa della crisi, le altre, quelle che ancora galleggiano nelle edicole, sono ormai fatte per la maggior parte da servizi regalati, fotografie prese qua e là da chi si può permettere una vacanza esotica con la compattina scafandrata – o anche il sistema reflex più evoluto – al seguito.

Difficile sopravvivere in questo mare d’ipocrisia professionale – degli editori – che spazza via, insieme alla professionalità, anche la dignità di un lavoro che per molti è vita, artigianato, arte.

Così troviamo ottimi professionisti pensionati senza appello e banchi interi di anfibi direttori di banca, dipendenti pubblici e privati, operai, commessi. E’ una categoria trasversale quella dei neo-fotosubbi del fine settimana.

Nulla tolgo alle loro capacità tecniche o artistiche, non è che solo chi ci mangia con questo mestiere – o tenta ancora di farlo – produca immagini spettacolari di gran lunga superiori a chi naviga sull’onda della pubblicazione gratuita, ci mancherebbe altro. Vedo continuamente ottime fotografie, davvero belle, frutto di amici e conoscenti che fanno altro nella vita, e tanto di cappello alla loro arte. Io mi limito a condannare chi invece questa abilità la sfrutta e si arricchisce: il mercato dell’editoria specializzata, che ormai puzza come pesce morto.

Buone bolle. E buone foto a tutti!

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