L’assetto in fotografia subacquea

La fotografia subacquea non può prescindere da una buona confidenza con l’ambiente in cui viene praticata.

Anche se siamo tecnicamente preparati nel campo della ripresa, non è sufficiente per affrontare una sessione di photo shooting in immersione.

Un buon fotosub deve essere prima di tutto un buon subacqueo

Troppo spesso vedo in immersione subacquei che si esibiscono in improbabili evoluzioni circensi, alla ricerca del giusto assetto per comporre una buona inquadratura. Tutto questo non rappresenta solo una minaccia per il delicato ecosistema marino, ma qualifica subito un approccio sbagliato con la filosofia del fotografo subacqueo – e del subacqueo più in generale – che dovrebbe mettere al primo posto il rispetto dell’ambiente. Oltre ad essere assolutamente imbarazzante anche solo da vedere.

Quando lavoravo in Mar Rosso ho contato decine, centinaia, di cadaveri corallini sparsi sul fondo, al passaggio dei tantissimi sedicenti fotografi subacquei. In questo c’è una certa trasversalità che accomuna tutte le nazionalità, senza distinzione alcuna.

Distruttore di fondali, una definizione talvolta esatta

All’apparire di scafandri, bracci e flash, le guide subacquee drizzano subito le antenne e cominciano a guardarci con una certa diffidenza, se non addirittura con prevenuta antipatia.

Inutile girarci intorno, cercando di svicolare da questa triste classificazione antropologica: il fotosub è visto generalmente come un distruttore di fondali, un soggetto da evitare (per gli altri subacquei) o tenere al guinzaglio (per le guide sub).

Spesso il neofita della fotosub – più grave la caparbia reiterazione dei sub esperti – non si accorge proprio del danno che può causare o che ha già provocato all’ambiente marino con la sua ingombrante presenza. Ma queste sono cose che dovremmo tutti aver già appreso sin dal primo corso subacqueo. Dovremmo.

La corretta gestione dell’assetto deve essere un punto fermo, un mantra che dobbiamo ripeterci fino allo sfinimento, fino a far diventare il controllo della nostra posizione nello spazio (l’idrospazio) parte essenziale della nostra esperienza subacquea. L’assetto “è” la subacquea, e per il fotosub dovrebbe venire prima di ogni cosa.

Il fatto di avere le mani impegnate dall’ingombrante attrezzatura, dover al contempo gestire il gav, posizionare i flash, controllare gli strumenti (i fotosub hanno un’innata predisposizione a rimanere senz’aria), e concentrarsi sul soggetto attraverso l’oculare, sono cose che, messe tutte insieme, possono creare un certo disorientamento – fisico e psicologico – ma questo non ci esime dal nostro obbligo di subacquei, prima che di fotosub: il rispetto per l’ambiente.

La situazione ideale dovrebbe essere quella di trovato l’assetto neutro col nostro gav e mantenersi in quota (hovering). Comprendo perfettamente che questo è più facile da dirsi che non da praticare, ma il segreto sta tutto lì: tranquillità ed equilibrio.

tecnica-assettoSe stiamo lavorando su una parete possiamo posizionare un dito (non tutta la mano!) in un punto preciso dove siamo sicuri di non danneggiare nulla. In questo modo avremo un ancoraggio solido che ci aiuterà moltissimo a concentrarci solo sulla foto, e saremo sicuri di mantenere l’assetto. Guardiamo bene però prima di appoggiarci, la vita marina può avere dimensioni molto piccole.

La situazione si complica sul fondo. Tutto nasce dalla necessità di trovare un punto di ripresa ideale, dove rimanere immobili – anche per parecchi minuti – e che ci offra la possibilità di una composizione fotografica d’effetto.

Visto che le inquadrature, nella quasi totalità delle situazioni, si effettuano dal basso verso l’alto, l’esigenza del fotografo è quella di trovare uno spazio dove appoggiarsi.

Siamo noi a doverci adattare all’ambiente, non il contrario

Questo implica che se il miglior punto di ripresa è in un anfratto dove può passare solo una murena, inevitabilmente occorre trovare una location alternativa.

Fortunatamente l’idrospazio ci dà la possibilità di sorvolare il soggetto, giragli attorno fino ad individuare il posto giusto dal quale riprendere.

Uno dei segreti per ottenere una buona fotografia subacquea, come ho detto prima, è la tranquillità. Non stiamo facendo fotografia di cronaca, dove l’immagine in sé ha spesso più importanza di altri fattori compositivi o tecnici, qui dobbiamo stabilire un rapporto di empatia col soggetto, sia esso un pesce, un corallo o un mollusco. Non sono in narcosi d’azoto, credetemi, le cose stanno così.

Per ottenere una buona foto ci vuole pazienza, dobbiamo dare il tempo necessario al soggetto (nel caso di un pesce) di abituarsi alla nostra presenza, in modo che il suo comportamento sia del tutto naturale. Non ha senso riprendere un pesce dalla coda, la fotografia deve sempre essere fatta nel momento in cui è rivolto verso la camera.

Tutto questo si può ottenere quando si è trovato un “equilibrio di presenze” che ci permetta quasi di confonderci con l’ambiente circostante. E qui torna in ballo l’assetto.

Nessun essere vivente può comportarsi in maniera naturale e disinvolta trovandosi di fronte qualcuno che cerca ostinatamente di mantenersi in equilibrio, lottando contro un buon numero di leggi fisiche come un ubriaco sui pattini.

Se poi il soggetto in questione è una forma di vita “aliena” decine di volte più grande di noi, che magari col suo movimento ci sta devastando il giardino, il garage, perfino la casa, be’ direi che è improbabile non darsi alla fuga.

Un contatto con l’ambiente circoscritto al minimo indispensabile

Anche quando abbiamo trovato il giusto spazio per posizionarci, non dobbiamo spalmarci al suolo come una balena spiaggiata. Sarà sufficiente restare appoggiati sulle ginocchia, ancor meglio se riusciamo – sforziamoci – a poggiare solo la punta delle pinne e rimanere in pivoting. Lo abbiamo fatto nel corso Open Water, ricordate? Per gli smemorati un po’ di ripasso pratico farà solo bene.

A questo punto dobbiamo solo respirare con calma e attendere il momento giusto per iniziare a scattare.

La pratica, il segreto del successo

Nessun subacqueo nasce con un assetto perfetto, questo è un dato di fatto. E’ un obiettivo che si raggiunge col tempo e con la pratica, facendo immersioni.

Personalmente sono contrario a far portare in acqua ai miei allievi neo brevettati anche la semplice compattina scafandrata. All’inizio della carriera subacquea il neofita deve acquisire confidenza, fare pratica nella gestione della sua attrezzatura, scoprire, immersione dopo immersione, come muoversi e come controllare la sua massa, senza altre distrazioni.

Corsi di assetto, il ritorno alle origini

Tutte le didattiche subacquee offrono corsi orientati alla gestione dell’assetto (Peak Performance Buoyancy) . Pur essendo io un istruttore, li considero generalmente una perdita di tempo e di soldi, uno dei tanti modi per far cassa nel settore didattico.

Le tecniche per raggiungere un corretto assetto dovrebbero essere già state apprese – se correttamente insegnate – durante il corso Open Water. Un buon istruttore vi dovrebbe aver chiarito esaurientemente tutto al riguardo.

Al prezzo di un corso di assetto, compratevi un pacchetto immersioni e andate in acqua a fare pratica (senza fotocamera!), ne gioverà senz’altro il vostro morale e vedrete che alla fine otterrete lo stesso risultato. Liberi di scegliere.

Buone bolle.


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