La mia prima volta da fotosub

Ricordo ancora bene come fosse ieri la mia prima volta. Penso sia una cosa abbastanza comune per chi si affaccia alla fotografia subacquea e viene travolto dalla passione e dal desiderio di ritagliare e portare con sé un frammento di quel mondo meraviglioso che vive sotto la superficie del mare.

Era il 1995, la mia professione fino a quel momento era ben piantata a terra, ma la passione per il mare e la scoperta dei fondali aveva già da tempo indicato alla mia vita la strada della subacquea. Un mondo di silenzio, fatto di colori, di curiosità, di movimenti lenti e fluidi, in netto contrasto con la vita a terra.

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La costa di Calafuria, Livorno  (Ph. Leonardo Talini/La Torre di Calafuria Diving Center)

Il 15 gennaio, una bella mattina soleggiata d’inverno sulla costa toscana, mi ritrovo con l’amico Luca Ghirlanda sugli scogli di Calafuria, vicino Livorno. Avevamo programmato un’immersione insieme per inaugurare degnamente il nostro nuovo anno subacqueo.

Io armato – come sempre – di tanta curiosità, lui di una bella Nikonos V di un vivo color arancio, sormontata da un flash Sea&Sea “Yellow 50” prestatagli da un amico.

Entriamo in acqua e, giusto qualche istante per contrastare i brividi del freddo (io in umida, lui in semistagna), sprofondiamo nel blu.

A distanza di vent’anni, non ricordo cosa abbiamo visto, quali pesci ci hanno dato il loro timoroso benvenuto, ma ricordo perfettamente la sensazione che ho provato nel brandeggio di quell’attrezzatura fotografica per me nuova. Era la mia prima volta.

Inquadrare la scena attraverso quel buffo mirino esterno non era facile, si doveva calcolare l’angolo di parallasse, non esisteva autofocus (lavoravi in iperfocale) e l’esposizione di doveva calcolare manualmente. E c’era la pellicola.

36 scatti secchi, se eri bravo a caricare la pellicola in macchina ne tiravi fuori pure 37, ma niente più. O la va o la spacca.

Ripensandoci adesso, che non abbiamo quasi limiti al numero di scatti che possiamo fare con una semplice memory card, mi domando quante occasioni abbiamo perso.

Mi piace la fotografia di un tempo, quella fatta di pellicole, laboratori e stampe, ma non sono un nostalgico, mi piace e basta, non rimpiango nulla. La tecnologia ha dato un enorme contributo al nostro lavoro, seppure coi suoi pro e i sui contro. Oggi anch’io, che come tanti colleghi ho cominciato con la chimica e di pellicole ne ho macinate tante, avrei seri problemi a riadattarmi a quel modo di fare fotografia.

L’immersione fu piacevole ma breve, dovuta più ai limiti di fotogrammi disponibili che alla temperatura decisamente bassa dell’acqua. 36 scatti adesso li farei nei primi 15 minuti d’immersione, a quell’epoca era diverso, prima di ognuno c’era un vero rituale, fatto di dita che muovevano l’acqua intorno allo scafandro, alla leva di carica, alle manopole del flash. Meno istinto e più concentrazione. Non potevi rivedere le immagini appena fatte, come facciamo adesso con le moderne digitali, questo è un lusso che solo una decina di anni dopo ci siamo potuti permettere.

Arrivai al limite, e con uno sguardo di Luca capii che le mie labbra ormai blu segnavano il momento di riemergere.

A terra, avvolti dalla luce calda di quel sole invernale, abbiamo parlato a lungo di fotografia, di mare, di immersioni. Gli argomenti preferiti di noi subacquei, di chi questa passione che nasce in acqua se la porta appresso ovunque, gli si è cucita addosso come seconda pelle.

Eravamo curiosi di vedere le foto appena fatte, ma non con la frenesia di oggi, allora i ritmi erano scanditi da passaggi obbligati, e in qualche modo ti mettevi l’anima in pace e attendevi. Solo una forte curiosità, e le fantasie di come sarebbero apparse le immagini sull’emulsione. Dovevamo solo attendere.

Mi rendo conto che sarebbe impensabile oggi un ritmo come allora. Se adesso faccio un servizio la mattina, il giornale lo vuole già nel pomeriggio, bello e pronto sul desk dei grafici. Ma adoro questo ritmo nuovo, che alimenta un flusso intenso di adrenalina anche nei gesti più semplici. Insieme all’acqua, è il sale del mio mestiere.

Non furono belle foto, lo ricordo bene, così come ricordo altrettanto bene il diffuso senso di inadeguatezza che mi prendeva ad ogni immagine che mi scorreva davanti, al ritmo sempre uguale di un passacarte che non vede l’ora finisca la parata.

La tecnica, i tempi, la luce, le inquadrature. Tutto di quelle foto era sbagliato. Avevo preso la fotografia che facevo a terra e l’avevo portata con me sott’acqua, in un ambiente per lei nuovo, e che dovevo ancora scoprire.

Ci sarebbe voluto tempo e dedizione perché rimanessi soddisfatto della mia prima vera fotografia subacquea. Ma avevo gettato un seme, che col tempo è germogliato e mi accompagna sempre, con lo stesso spirito, la stessa passione, la stessa voglia di imparare. Oggi come ieri.


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